Economista e teorico dell’economia civile e del non profit, Stefano Zamagni, ordinario di
Economia politica all’Università di Bologna, presidente dell’Agenzia per le onlus e membro del
comitato scientifico di CooperniCo, il progetto di formazione identitaria del Credito Cooperativo,
ha partecipato, unico laico, al gruppo ristretto di 11 persone che ha lavorato in questi anni
all’enciclica sociale di Benedetto XVI. A lui, che ha seguito dall’interno l’iter di quella che è oggi
la Caritas in veritate, Credito Cooperativo ha chiesto di introdurci alla sua lettura.
Professore, ci può indicare i punti a suo giudizio fondamentali di questa enciclica?
Sono tanti. Mi limito qui a sottolinearne uno che ritengo di particolare originalità e rilevanza
pratica. La Caritas in veritate invita a superare l’ormai obsoleta dicotomia tra sfera dell’economico
e sfera del sociale. La modernità ci ha lasciato in eredità l’idea in base alla quale per avere titolo di
accesso al club dell’economia sia indispensabile mirare al profitto ed essere animati da intenti
esclusivamente autointeressati; quanto a dire che non si è pienamente imprenditori se non si
persegue la massimizzazione del profitto. In caso contrario, ci si dovrebbe accontentare di far parte
della sfera del sociale. Questa assurda concettualizzazione – a sua volta figlia di quell’errore teorico
che confonde l’economia di mercato che è il genus con una sua particolare species quale è il sistema
capitalistico – ha portato ad identificare l’economia con il luogo della produzione della ricchezza (o
del reddito) e il sociale con il luogo della distribuzione della stessa e della solidarietà.
L’enciclica ci dice, invece, che si può fare impresa anche se si perseguono fini di utilità sociale e si
è mossi all’azione da motivazioni di tipo pro-sociale. È questo un modo concreto, anche se non
l’unico, di colmare il pericoloso divario tra l’economico e il sociale – pericoloso perché se è vero
che un agire economico che non incorporasse al proprio interno la dimensione del sociale non
sarebbe eticamente accettabile, del pari vero è che un sociale meramente redistributivo che non
facesse i conti col vincolo delle risorse non risulterebbe alla lunga sostenibile: prima di poter
distribuire occorre, infatti, produrre. Ampliando la prospettiva del discorso, la Caritas in veritate ci
permette di prendere posizione a favore di quella concezione del mercato, tipica della tradizione di
pensiero dell’economia civile, secondo cui si può vivere l’esperienza della socialità umana
all’interno di una normale vita economica e non già al di fuori di essa o a lato di essa, come
suggerisce il modello dicotomico di ordine sociale. È questa una concezione che è alternativa, ad un
tempo, sia a quella che vede il mercato come luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del
forte sul debole, sia a quella che, in linea con il pensiero anarco-liberista, lo vede come luogo in
grado di dare soluzione a tutti i problemi della società.
Nell’enciclica di Benedetto XVI ritroviamo principi che sono nella tradizione della Dottrina
sociale della Chiesa, come quello della sussidiarietà. Una novità ci sembra l’introduzione nella
sfera economica del principio di fraternità. Non le sembra troppo astratto, o per lo meno poco
realistico?
È stata la scuola di pensiero francescana a dare a questo termine il significato che esso ha
conservato nel corso del tempo. Che è quello di costituire, ad un tempo, il complemento e
l’esaltazione del principio di solidarietà. Infatti, mentre la solidarietà è il principio di organizzazione
sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, il principio di fraternità è quel principio di
organizzazione sociale che consente agli eguali di esser diversi. La fraternità consente a persone che
sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano
di vita, o il loro carisma. Il fatto è che mentre la società fraterna è anche una società solidale, il
viceversa non è necessariamente vero.
Il principio di fraternità, così come quello correlato di reciprocità, non vengono proposti dalla
Caritas in veritate in modo astratto. Nell’enciclica si fa esplicito riferimento ad esperienze in cui
questi principi trovano posto nella sfera economica. In particolare, si cita l’economia di comunione,
la cooperazione di consumo, le cooperative, le Banche di Credito Cooperativo e – novità per
un’enciclica – il microcredito, il non profit, il terzo settore.
Intervenendo alla presentazione ufficiale della Caritas in veritate, lei ha detto, fra le altre cose, che l’enciclica offre una lettura non convenzionale della crisi attuale. Ci vuole spiegare
meglio?
La Caritas in veritate non trascura – né poteva farlo – di “leggere” la crisi economico-finanziaria in
atto. In particolare, non manca di soffermarsi sulla causa delle cause della crisi: le specificità della
matrice culturale che si è andata consolidando negli ultimi decenni sull’onda, da un lato, del
processo di globalizzazione e, dall’altro, dall’avvento della terza rivoluzione industriale, quella
delle tecnologie info-telematiche. Di un aspetto specifico di tale matrice mette conto dire. Esso
riguarda l’insoddisfazione, sempre più diffusa, circa il modo di interpretare il principio di libertà.
Come è noto, tre sono le dimensioni costitutive della libertà: l’autonomia, l’immunità, la
capacitazione. L’autonomia dice della libertà di scelta: non si è liberi se non si è posti nella
condizione di scegliere. L’immunità dice, invece, dell’assenza di coercizione da parte di un qualche
agente esterno. La capacitazione (letteralmente: capacità di azione), infine, dice della capacità di
conseguire gli obiettivi, almeno in qualche misura, che il soggetto si pone. Ebbene, mentre
l’approccio anarco-liberista vale ad assicurare la prima e la seconda dimensione della libertà a
scapito della terza, l’approccio stato-centrico, vuoi nella versione dell’economia mista vuoi in
quella del socialismo di mercato, tende a privilegiare la seconda e la terza dimensione a scapito
della prima. Il liberismo è bensì capace di far da volano del mutamento, ma non è altrettanto capace
di gestirne le conseguenze negative, dovute all’elevata asimmetria temporale tra la distribuzione dei
costi del mutamento e quella dei benefici. I primi sono immediati e tendono a ricadere sui segmenti
più sprovveduti della popolazione; i secondi si verificano in seguito nel tempo e vanno a beneficiare
i soggetti con maggiore talento. Come si può comprendere, la sfida da raccogliere è quella di fare
stare insieme tutte e tre le dimensioni della libertà: è questa la ragione per la quale il paradigma del
bene comune appare come una prospettiva quanto meno interessante da esplorare.
Nell’enciclica, il pontefice parla di etica nell’economia e fa esplicito riferimento alla
cooperazione di credito. Per la categoria, un riconoscimento ma anche una responsabilità in
più. Secondo lei, che prospettive ci sono per un concreto riconoscimento anche da parte delle
istituzioni?
Alle autorità di governo la crisi ancora in atto lancia un duplice messaggio. In primo luogo, che la
critica sacrosanta allo “Stato interventista” in nessun modo può valere a disconoscere il ruolo
centrale dello “Stato regolatore”. In secondo luogo, che le autorità pubbliche collocate ai diversi
livelli di governo devono consentire, anzi favorire, la nascita e il rafforzamento di un mercato
finanziario pluralista, un mercato cioè in cui possano operare in condizioni di oggettiva parità
soggetti diversi per quanto concerne il fine specifico che essi attribuiscono alla loro attività. Tra
questi, appunto, anche le Banche di Credito Cooperativo, che non solo non propongono ai propri
sportelli finanza creativa, ma soprattutto svolgono un ruolo complementare, e dunque equilibratore,
rispetto agli agenti della finanza speculativa. Se negli ultimi decenni le autorità finanziarie avessero
tolto i tanti lacci e lacciuoli che ancora gravano sui soggetti della finanza alternativa, la crisi odierna
non avrebbe avuto la potenza devastatrice che stiamo conoscendo.
(Fonte www.creditocooperativo.it)
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