Continuiamo i nostri approfondimenti sull'Enciclica Caritas in Veritate.
Lo facciamo grazie al contributo di Gaetano Troina, aziendalista, docente di economia aziendale presso l’Università degli Studi di
Roma Tre, partendo da una considerazione iniziale: nell’enciclica, per la prima volta e in maniera
rivoluzionaria, viene superata la distinzione tra aziende profit e aziende non profit. E allora, sarà
necessario interrogarsi e rivedere i modelli aziendali come fino ad oggi sono stati interpretati e
divulgati.
Di Gaetano Troina
In quanto economista aziendale, il mio intervento prenderà spunto da quegli elementi che in
questa enciclica di grande respiro hanno per i miei studi un più immediato riflesso.
Parto da una
considerazione iniziale: il papa afferma (e io pienamente condivido) che forse è superato il dover
comunque distinguere le aziende profit da quelle aziende non profit. Questa affermazione ci porta
a dover ragionare e rivedere tutti i modelli aziendali così come oggi li abbiamo interpretati e
divulgati.
Infatti, a mio parere, l’affermazione invita noi aziendalisti a dover riflettere sul valore
etico del profitto sia nelle imprese grandi e piccole di tipo tradizionale “capitalistico” sia in tutte
quelle attività produttive d’impresa che pur perseguendo adeguati livelli di surplus destinano il
medesimo ad attività socialmente indirizzate. Nel caso dell’impresa capitalistica siamo chiamati a
riflettere sulle modalità di produzione e di destinazione del profitto. Il profitto è il principio etico
del capitalismo e del liberalismo; il principio etico della Dottrina sociale della Chiesa è il bene
comune: dobbiamo chiederci – anche all’interno dell’impresa capitalistica – se le modalità di
produzione e di destinazione del profitto postulino principi di solidarietà volti comunque a
perseguire non individualistici e presuntosi obiettivi, bensì il bene comune.
In proposito, Benedetto XVI in piena continuità ed armonia con le encicliche sociali dei suoi
predecessori – pur affermando l’importanza del profitto – afferma che questo non può e non deve
essere l’unico parametro di riferimento dell’economia. Egli, riconducendosi al principio del bene
comune (che è diverso dal bene totale) fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà,
avanza – forse con maggior vigore dei suoi predecessori – il principio della fratellanza-reciprocità
che deve condurre l’essere umano e tutta l’economia alla ricerca di “qualcosa di più” di quello che
normalmente accade tradizionalmente nel mercato: non solo scambi di equivalenti
contrattualmente prestabiliti, ma apertura al di più, al dono.
Quanto appena detto riverbera tutte le sue conseguenze sullo stesso modo di concepire l’azienda,
infatti “la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della
stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita
dell’impresa” (par. 40). Ciò comporta che la scelta degli investimenti debba perseguire vie
opportunamente orientate al bene comune, alla solidarietà e alla reciprocità, tenendo conto che
come diceva Giovanni Paolo II “investire ha sempre un significato morale”, per cui il concetto di
imprenditorialità “ha e deve sempre più assumere un significato plurivalente” giacché
“l’imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta
in ogni lavoro, visto come «actus personae», per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la
possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso «sappia di lavorare ‘in proprio’»”
(par. 41).
Per le altre aziende – quelle che postulano il profitto e già lo destinano verso obiettivi di bene
comune – occorre che esse vengano considerate a tutti gli effetti economici e civili come imprese
che agiscono sul mercato in posizione di sussidiarietà, a favore di un’economia civile la quale è
supportata da un “plus di cuore” che non può che essere a servizio del bene comune.
Da tutto quanto ora osservato ne consegue, a nostro personale avviso, che a noi economisti
aziendali spetta il compito di ricercare e proporre nuovi modelli aziendali, ove il profitto non
diventi il punto finale del tutto, ma esso possa e debba essere considerato come un possibile reinvestimento
nella socialità a favore della persona umana.
Il principio di sussidiarietà, infatti, è uno dei pilastri centrali di questa enciclica. Il pontefice
ricorre ad esso anche per l’interpretazione internazionale dello sviluppo dei popoli. Anche
quest’ultima osservazione – assieme a quella in cui, riportandosi in pieno ai suoi predecessori, egli
sottolinea il primato del lavoro su quello del capitale – obbliga noi aziendalisti allo studio e alla
costruzione di modelli d’impresa che possano adattarsi nelle varie congiunture, nelle varie
situazioni planetarie. Egli, infatti, scrive: “Manifestazione particolare della carità e criterio guida
per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz’altro il principio di sussidiarietà,
espressione dell’inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona,
attraverso l’autonomia dei corpi intermedi” (par. 57).
Richiami assai intelligenti (nel senso che leggono dentro la realtà) Benedetto XVI ne avanza
rispetto al concetto dell’ambiente-natura. Egli addirittura definisce la natura una vocazione.
(Fonte www.creditocooperativo.it) |